
Un reportage video-fotografico tra pinguini, albatri, elefanti marini e le sfide della conservazione in uno degli ecosistemi più straordinari dell'Atlantico meridionale.
Il mio viaggio alle Falkland è iniziato qualche mese prima, davanti a due immagini che continuavano a rincorrersi nella mia testa: una colonia di pinguini africani sulla costa del Sudafrica e il ghiacciaio dell'Adamello. Luoghi separati da migliaia di chilometri, eppure legati dalla stessa sensazione. La meraviglia di trovarsi davanti a qualcosa di straordinario. E, subito dopo, un pensiero impossibile da ignorare: quanto di tutto questo esisterà ancora tra venti, cinquanta o cento anni?
Da una parte un ghiacciaio che arretra stagione dopo stagione. Dall'altra una specie che, in poco più di un secolo, ha perso oltre il 95% della sua popolazione. Due storie diverse che raccontano la stessa realtà: il clima del nostro pianeta sta cambiando, come già successo molte altre volte, ma oggi gli ecosistemi stanno affrontando trasformazioni rapidissime, dovute in larga parte all'impatto delle attività umane.
Dopo aver scritto quella riflessione ho capito che non mi bastava più osservare questi cambiamenti attraverso i dati, le fotografie storiche o gli articoli scientifici. Sentivo il bisogno di andare nei luoghi dove tutto questo sta accadendo, incontrare le persone che dedicano la propria vita a studiare questi ecosistemi e raccogliere le loro testimonianze. Così è nata l'idea di partire per le Isole Falkland.
Per molti le Falkland sono un remoto arcipelago dell'Atlantico meridionale, entrato nella storia per la guerra combattuta nel 1982 tra Regno Unito e Argentina. Io ci sono arrivato per un motivo completamente diverso. Per chi ama la natura, queste isole sono uno dei grandi santuari della fauna marina: colonie di pinguini, albatri, leoni marini, elefanti marini, delfini, orche e balene condividono un equilibrio tanto straordinario quanto fragile.
Le Falkland sono il primo capitolo di questo percorso. Un viaggio nato dal desiderio di osservare, ascoltare e documentare. Non per offrire risposte definitive, ma per raccogliere storie, dati e immagini che aiutino a comprendere come stanno cambiando gli ecosistemi marini.
Negli ultimi mesi ho avuto anche l'opportunità di partecipare ad alcune uscite dedicate all'osservazione dei cetacei nelle acque della Sardegna. In tutte le occasioni gli skipper e i ricercatori con cui ho navigato mi hanno raccontato la stessa cosa: rispetto a dieci anni fa gli avvistamenti sono diventati meno frequenti. Non è una dimostrazione scientifica, ma è una testimonianza che arriva da chi il mare lo vive ogni giorno e che, proprio per questo, merita di essere ascoltata.
Credo che oggi fotografare la natura significhi anche questo: creare una memoria. Documentare ciò che esiste, raccontare come cambia e condividere ciò che impariamo lungo il cammino. Perché la fotografia può diventare una testimonianza del presente, ma anche un'eredità per il futuro. E perché il rischio, altrimenti, è che le prossime generazioni conoscano molte di queste meraviglie soltanto attraverso le immagini che saremo riusciti a conservare.
Quello che segue è il racconto di questo viaggio. Un percorso costruito attraverso le immagini e le storie raccolte lungo il cammino, dove ogni fotografia racconta un incontro, un comportamento osservato, un paesaggio o un dettaglio che mi ha aiutato a comprendere meglio questi ecosistemi. Non una semplice galleria fotografica, ma un diario per immagini che prova a raccontare le Falkland per ciò che sono: un importante santuario della fauna marina e, allo stesso tempo, un luogo che ci ricorda quanto siano delicati gli equilibri della natura.

Elefanti marini meridionali (Mirounga leonina).

Giovani di albatro sopracciglio nero (Thalassarche melanophris).

Cormorano imperiale (Leucocarbo atriceps) e panorama sulla costa nord dell'isola di Saunders.

Pinguino Papua (Pygoscelis papua).



Pinguini reali (Aptenodytes patagonicus).




Le Falkland viste dall'alto durante gli spostamenti in aereo.
Sea Lion Island è una delle aree naturalistiche più importanti delle Falkland. Gran parte dell'isola è oggi protetta e gestita con l'obiettivo di conservare gli habitat naturali e le specie che vi trovano rifugio, facendone un punto di riferimento per la tutela della biodiversità dell'arcipelago.
Appena atterrato, la guida che mi accolse mi chiese di disinfettare le scarpe prima di raggiungere il cottage dove avrei trascorso le due notti successive. Era una delle misure adottate sull'isola per limitare il rischio di diffondere il virus dell'influenza aviaria tra le colonie di uccelli marini, una minaccia che negli ultimi anni ha colpito duramente molte popolazioni dell'Atlantico meridionale.
La prima sorpresa arrivò ancora prima di posare lo zaino. Sul cancello del cottage era appollaiato un caracara striato (Phalcoboenus australis). Mi avvicinai lentamente, aspettandomi che spiccasse il volo da un momento all'altro. Invece rimase immobile, osservandomi con curiosità. Per un istante pensai che fosse addomesticato. Solo nelle ore successive avrei capito che la scarsa diffidenza nei confronti delle persone è una caratteristica comune di molti animali delle Falkland, dove la pressione umana è minima. Mi sarebbe capitato ancora molte volte di fotografare uccelli e mammiferi a distanze che in altri luoghi sarebbero impensabili.
Dopo essermi sistemato e aver ascoltato le indicazioni su come muovermi sull'isola e osservare la fauna senza arrecare disturbo, presi la macchina fotografica e uscii. Stavano per cominciare alcune delle giornate più memorabili della mia vita.






Caracara striati (Phalcoboenus australis).





Colonia di pinguini Papua (Pygoscelis papua) a South Beach.






Tra le prime cose che mi colpirono ci furono le dimensioni impressionanti degli elefanti marini (Mirounga leonina). I maschi adulti possono raggiungere i sei metri di lunghezza.

Non è raro osservare individui di una specie all'interno delle colonie di un'altra. In questo caso, un pinguino di Magellano (Spheniscus magellanicus), appena rientrato dal mare, si dirige verso una colonia di pinguini Papua.


Camminando su qualsiasi isola delle Falkland è impossibile non imbattersi nelle oche di Magellano (Chloephaga picta), tra le specie più diffuse dell'arcipelago.


Le ossifraghe del sud (Macronectes giganteus) frequentano le colonie di pinguini alla ricerca di carcasse, pulcini morti e altre fonti di cibo.



Leoni marini meridionali (Otaria flavescens).




La leggera pioggia non sembra disturbare un gruppetto di pinguini saltarocce (Eudyptes chrysocome).






Cormorani imperiali (Leucocarbo atriceps).

Beccacino di Strickland (Gallinago stricklandi).
La seconda tappa del viaggio fu Saunders Island, la quarta isola più grande dell'arcipelago. Qui il paesaggio cambia continuamente: lunghe spiagge si alternano a scogliere, rilievi erbosi e baie riparate, creando un mosaico di ambienti che ospita una straordinaria varietà di fauna selvatica. A differenza di Sea Lion Island, qui convivono attività agricole e conservazione della natura. Saunders è infatti una fattoria privata che ospita oltre seimila pecore, insieme a bovini, cavalli e altri animali domestici.
Ad attendermi all'atterraggio c'era Suzan, una delle sole cinque persone che vivono stabilmente sull'isola. Ero l'unico passeggero a scendere dall'aereo. Da lì iniziò un lungo tragitto in fuoristrada attraverso prati e torbiere fino a The Rockery, un piccolo cottage a pochi passi da una delle più grandi colonie di albatri dal sopracciglio nero delle Falkland, dove avrei trascorso la prima notte completamente solo.
Il mattino seguente Suzan tornò a prendermi e ripartimmo verso The Neck, uno stretto istmo sabbioso che collega due promontori e ospita alcune delle più spettacolari colonie di pinguini delle Falkland. Quando raggiungemmo il punto panoramico rimasi senza parole. Davanti a me si aprivano due distese di mare azzurro e cristallino, separate da una sottile lingua di sabbia chiarissima, punteggiata ovunque da migliaia di piccoli punti neri in movimento. Erano i pinguini. Di lì a poco avrei raggiunto il piccolo cottage dove avrei condiviso le due notti successive con due ragazzi taiwanesi in viaggio di nozze, gli unici altri visitatori presenti sull'isola in quei giorni.
Fu proprio parlando con Suzan che scoprii quanto fossi stato fortunato. Saunders Island dispone di pochissimi alloggi e, in alta stagione, le liste d'attesa possono arrivare fino a tre anni. Io, invece, ero riuscito a prenotare appena un paio di mesi prima. Il motivo era semplice: il giorno prima della mia richiesta un gruppo di fotografi tedeschi aveva annullato il viaggio, rendendo disponibile un alloggio che, in condizioni normali, sarebbe stato impossibile trovare.
Non potevo ancora saperlo, ma i tre giorni trascorsi a Saunders Island avrebbero racchiuso alcuni dei momenti più intensi dell'intero viaggio. Le fotografie e le storie che seguono raccontano gli incontri che hanno reso questo luogo uno dei più straordinari che abbia mai visitato.

Cormorani imperiali (Leucocarbo atriceps) a The Rockery.


The neck, vista dall'alto (foto sopra) e dalla spiaggia (foto sotto).


Pinguini di Magellano (Spheniscus magellanicus).




Pinguini reali (Aptenodytes patagonicus).


Pinguini saltarocce (Eudyptes chrysocome) e cormorani imperiali (Leucocarbo atriceps).




Albatri sopracciglio nero (Thalassarche melanophris).

Gabbiani di Magellano (Leucophaeus scoresbii).

Stercorari antartici (Stercorarius antarcticus).



Pinguini Papua (Pygoscelis papua).
Il cefalorinco di Commerson (Cephalorhynchus commersonii) è un piccolo delfino che vive nelle acque dell'Argentina meridionale, del Cile e delle Isole Falkland. Durante il mio soggiorno a The Neck avevo un obiettivo ben preciso: realizzare alcune immagini subacquee dei pinguini Papua. Così, dopo aver indossato la muta e preparato l'attrezzatura fotografica, entrai in acqua lungo la spiaggia meridionale, dove il mare era quasi perfettamente piatto.
I pinguini Papua sono goffi sulla terraferma quanto straordinariamente veloci sott'acqua. Seguirli con la macchina fotografica si rivelò molto più difficile del previsto. Dopo un paio d'ore di tentativi e solo qualche scatto soddisfacente, decisi di spostarmi sulla spiaggia settentrionale, più esposta al vento e con un po' di moto ondoso.
Entrai in acqua e, dopo pochi minuti, mi ritrovai circondato da una ventina di cefalorinchi di Commerson. Nuotavano attorno a me con movimenti rapidi e precisi, comparendo e scomparendo nell'acqua cristallina. Dopo qualche minuto sparirono e pensai che l'incontro fosse finito. Invece tornarono. E poi ancora. Per quasi due ore continuarono ad avvicinarsi e ad allontanarsi, saltando tra le onde intorno a me come se stessero giocando con la corrente o, forse, semplicemente osservando un insolito visitatore capitato nel loro mare.














L'ultima tappa del viaggio fu Stanley, la piccola capitale delle Falkland. Dopo giorni trascorsi tra spiagge deserte, colonie di pinguini e paesaggi battuti dal vento, ritrovarsi in una cittadina con strade asfaltate, case colorate, pub e negozi sembrava quasi un ritorno alla civiltà. Qui vive la maggior parte della popolazione dell'arcipelago e si concentrano i principali servizi, gli uffici governativi e il piccolo porto che rappresenta il cuore economico delle isole.
Alloggiai in una delle strutture più economiche della città. Alle Falkland era considerata quasi un ostello; in gran parte del resto del mondo sarebbe stata una sistemazione di buon livello. Era l'ennesima dimostrazione di quanto il costo della vita, in queste isole remote, sia elevato.
Un'altra cosa che mi colpì di questo viaggio fu l'aspetto umano. Nei pochi giorni trascorsi alle Falkland incontrai persone provenienti da ogni parte del mondo. Appassionati di natura arrivati fin lì per osservare specie marine che qui sono comuni e altrove difficili da vedere. Biologi impegnati nello studio e nella conservazione degli ecosistemi. Pescatori che trascorrevano mesi in mare e approfittavano di Stanley per una breve sosta, talvolta senza conoscere quasi nulla del luogo in cui erano approdati. Lavoratori stagionali, soprattutto cileni e zimbabwesi, arrivati fin qui per un'opportunità di lavoro. E infine gli abitanti delle Falkland, nati e cresciuti in un arcipelago remoto, abituati a convivere ogni giorno con il vento, il mare e un clima spesso ostile.
Con molti di loro ebbi l'occasione di parlare a lungo. Ognuno aveva una storia diversa da raccontare e, in modi differenti, tutti contribuivano a rendere queste isole un luogo unico, non solo per la straordinaria ricchezza della natura, ma anche per le persone che le vivono ogni giorno.
Attorno a Stanley, però, non mancano gli ambienti naturali di grande interesse. Bastano pochi minuti a piedi per lasciare la città alle spalle e ritrovarsi su spiagge deserte, dove la natura torna a essere la vera protagonista.

Porto turistico di Stanley.

Corriere delle Isole Falkland (Charadrius falklandicus).

L'oca del kelp (Chloephaga hybrida).

Spot-billed ground tyrant (Muscisaxicola maculirostris).

Beccaccia di mare nerastra (Haematopus ater).

Avvoltoio collorosso (Cathartes aura).
Da Stanley partii alla volta di Volunteer Point, una lunga penisola sulla costa nord-orientale di East Falkland. Raggiungerla richiede un lungo tragitto in fuoristrada attraverso prati, torbiere e piccoli corsi d'acqua, ma la ricompensa è una delle spiagge più spettacolari dell'intero arcipelago. Qui si trova la più grande colonia di pinguini reali delle Falkland, circondata da migliaia di pinguini Papua e di Magellano che condividono lo stesso tratto di costa. Mi sarebbe piaciuto trascorrere qualche giorno anche qui, ma, a differenza di Saunders Island, non riuscii a trovare un alloggio. Così, per due giorni consecutivi, affrontai il lungo viaggio di andata e ritorno da Stanley. Il secondo, in realtà, fu un regalo inatteso: il mio volo di rientro era stato posticipato di un giorno a causa del maltempo, concedendomi un'ultima occasione per tornare a Volunteer Point.



La colonia di pinguini reali (Aptenodytes patagonicus) di Volunteer Point







La marcia dei pinguini reali dalla colonia al mare.



Il ritorno dal mare...

...che non è mai scontato!
Mentre osservavo i pinguini andare e venire dal mare, mi accorsi di una sagoma scura che affiorava tra le onde, fermandosi di tanto in tanto a osservare la spiaggia. Era un leone marino in caccia. Per oltre un'ora lo vidi percorrere avanti e indietro i circa tre chilometri di spiaggia di Volunteer Point, rimanendo quasi sempre in acqua e riaffiorando solo per individuare le zone dove i pinguini entravano e uscivano dal mare.
In acqua i leoni marini sono predatori estremamente agili e, anche sulla terraferma, nelle brevi distanze possono raggiungere velocità sorprendenti. La loro strategia si basa sull'effetto sorpresa: si avvicinano il più possibile alla battigia e, con uno scatto improvviso, si lanciano verso i pinguini prima che riescano a mettersi in salvo. Molti tentativi, però, si conclusero con un nulla di fatto.
Alla fine riuscì a catturare un pinguino Papua in acqua. La predazione fu rapida e attirò immediatamente l'attenzione di ossifraghe, stercorari e gabbiani, che si radunarono intorno al leone marino nel tentativo di approfittare di qualche brandello di cibo.














Per ore osservai gli elefanti marini (Mirounga leonina) alternare lunghi momenti di immobilità a improvvisi scoppi di violenza. La maggior parte del tempo sembravano ignorarsi completamente, distesi uno accanto all'altro sulla spiaggia. Poi bastava che un maschio si avvicinasse troppo perché il silenzio venisse rotto da potenti ruggiti e da scontri tanto brevi quanto spettacolari. Nella maggior parte dei casi era sufficiente una dimostrazione di forza perché uno dei due si ritirasse senza arrivare a un vero combattimento.









Molti esemplari avevano il corpo ricoperto da lembi di pelle che si staccavano lentamente. Erano nel pieno della muta, una fase fondamentale del loro ciclo vitale durante la quale rinnovano completamente il mantello e lo strato più esterno della pelle.





Non sono solo gli elefanti marini ad affrontare la muta. Anche i pinguini, una volta all'anno, rinnovano completamente il piumaggio. Nei giovani questo processo segna il passaggio dal soffice piumino giovanile al primo piumaggio impermeabile, indispensabile per affrontare la vita in mare. Gli adulti, invece, sostituiscono ogni anno tutte le penne, rinnovando il mantello che li accompagnerà fino alla muta successiva.



Una scena che osservai più volte nella colonia era quella dei giovani pinguini Papua (Pygoscelis papua) che rincorrevano instancabilmente gli adulti appena rientrati dal mare. Li seguivano passo dopo passo, richiamandoli con insistenza nella speranza di ricevere il pasto. Dopo aver trascorso ore a pescare, i genitori riconoscono i propri piccoli grazie ai richiami vocali e li alimentano rigurgitando il cibo direttamente nel loro becco. Non è raro, però, che i giovani inseguano anche altri adulti, sperando di ottenere comunque qualche boccone.








L'anatra vaporiera delle Falkland (Tachyeres brachypterus) è una delle poche specie endemiche dell'arcipelago. Ha perso la capacità di volare e si è adattata perfettamente alla vita costiera, utilizzando le ali come remi per muoversi velocemente sulla superficie dell'acqua.




Cormorano di Magellano (Phalacrocorax magellanicus).





La beccaccia di mare di Magellano (Haematopus leucopodus).

White-bridled finch (Melanodera melanodera)

Fischione del Cile (Mareca sibilatrix).


Corriere delle Isole Falkland (Charadrius falklandicus)


Chione bianco (Chionis albus)


Tordo australe (Turdus falklandii)
Le Falkland rappresentano un esempio incoraggiante di come la conservazione possa funzionare. Tra il XIX e il XX secolo molte popolazioni di animali subirono forti pressioni a causa della caccia a balene, leoni marini ed elefanti marini. Anche i pinguini venivano catturati per ricavarne olio, utilizzato principalmente per l'illuminazione. A questo si aggiunsero l'introduzione di specie invasive come ratti e gatti e la trasformazione di vaste aree naturali in pascoli destinati all'allevamento ovino. In alcune isole le colonie di uccelli marini diminuirono drasticamente e interi habitat vennero profondamente modificati.
Negli ultimi decenni, però, la situazione è cambiata. Programmi di eradicazione delle specie invasive, recupero degli habitat, istituzione di aree protette e monitoraggi scientifici continui hanno permesso a molte popolazioni di riprendersi. Alcuni dei protagonisti di questo viaggio, come gli elefanti marini meridionali (Mirounga leonina), i leoni marini (Otaria flavescens) e i pinguini reali (Aptenodytes patagonicus), mostrano oggi segnali incoraggianti di crescita o stabilità.
Questo equilibrio, tuttavia, rimane fragile. Alcune delle specie più iconiche osservate durante il viaggio, come il pinguino saltarocce (Eudyptes chrysocome) e l'albatro dal sopracciglio nero (Thalassarche melanophris), sono oggi considerate vulnerabili o quasi minacciate a livello globale. A queste pressioni si aggiungono le sfide del presente: il cambiamento climatico, che modifica la temperatura e la produttività degli oceani influenzando la disponibilità di cibo; l'inquinamento da plastica, ormai diffuso anche nelle acque più remote del pianeta; la pesca, che può entrare in competizione con alcune specie marine o causare catture accidentali; e la diffusione dell'influenza aviaria, che negli ultimi anni ha colpito duramente colonie di uccelli e mammiferi marini dell'Atlantico meridionale.
Camminando tra colonie di pinguini, albatri, leoni marini ed elefanti marini si ha la sensazione di trovarsi in un importante santuario della fauna marina, dove la natura conserva ancora una ricchezza oggi sempre più rara. Ma proprio questa straordinaria biodiversità ricorda quanto questi ecosistemi siano preziosi e, allo stesso tempo, quanto il loro futuro dipenda dalle scelte che verranno fatte nei prossimi decenni. Documentarli oggi significa non solo raccontarne la bellezza, ma anche contribuire a conservarne la memoria per le generazioni future.














































